Francisca Aguirre. La riscrittura del mito. La centralità del ruolo della donna

Il mito è oggetto della poesia fin dalle origini della letteratura occidentale. Lo scrive e argomenta con acume Massimo Comese nel suo saggio breve Poesia, mito, poetica cervello apparso su Anterem come postilla a Versanti. Era il 2003. Nelle ultime settimane, complice il riconoscimento del premio Nobel alla poetessa americana Louise Glück, si è tornati a prestare attenzione al tema del mito e alla sua riscrittura e rilettura da parte di autrici e autori contemporanei. Glück – che già in passato aveva accarezzato il mito, penso soprattutto ad Ararat (1990) e a Meadowlands (1996) – nel suo ultimo libro Averno (2019) ci racconta di Persefone, del suo rapimento da parte di Ade e della disperazione della madre di lei, Demetra. Ma la recente premio Nobel è solo una tra le molte poetesse che si sono confrontate con il mito. Tra le pioniere, non è possibile non ricordare la spagnola Francisca Aguirre.

Francisca, figlia del celebre pittore Lorenzo Aguirre, nasce ad Alicante il 27 ottobre 1930 e muore a Madrid il 13 aprile 2019. Ancora poco conosciuta in Italia, in Spagna è considerata una delle voci più importanti e nitide della generazione di poetesse spagnole nate e cresciute sotto il segno della guerra civile. La sua infanzia e la sua giovinezza sono fortemente segnate dalla guerra civile ma anche il dopoguerra si rivela duro: suo padre viene prima arrestato e poi condannato a morte dal generale Franco. La guerra civile e l’omicidio del padre condizionano profondamente la sua esistenza e il suo percorso letterario. La sua formazione scolastica è discontinua, passa da una scuola ad un’altra senza riuscire a sviluppare una precisa identità. Come per altre scrittrici di prima e seconda generazione del Novecento, la sua formazione è ancora influenzata dall’autodidattismo e, sul piano teorico, dai dibattiti che affrontano la ridefinizione dell’identità femminile. A quindici anni inizia a lavorare come segretaria e continua a farlo nell’industria privata dal 1945 al 1963 senza mai abbandonare la scrittura. Frequenta l’Ateneo di Madrid partecipando a diverse iniziative: i seminari organizzati dal poeta José Hierro e i laboratori teatrali guidati dal drammaturgo Antonio Buero Vallejo. Nel 1957, durante uno di quegli incontri, conosce il poeta Felix Grande che sposa nel 1963. Nel 1965 diventa mamma, nasce Guadalupe Grande. Negli anni immediatamente successivi, entra in contatto con il poeta Luis Rosales e grazie a lui partecipa al gruppo di scrittura del Dizionario Enciclopedico che Rosales dirige insieme a Damaso Alonso. Da quel momento comincia a dedicarsi con maggiore costanza e convinzione alla scrittura poetica.

Sin dai primi suoi libri, Aguirre si dimostra sensibile ad accogliere e approfondire la complessità dell’individuo, fondendo insieme coscienza, etica e ricerca letteraria. Riesce a imporsi, guadagnandosi la simpatia e l’appoggio di scrittori e poeti già affermati, per la radicalità di pensiero, l’attenzione al femminile e l’invito a una partecipazione politica attiva nella società. Autrice originale e coraggiosa, Aguirre è un’intellettuale capace di andare oltre la fissità dei modelli ed è proprio lì, nella sua voce personale e non inquadrabile in nessun canone, che è possibile misurare l’originalità che modella le sue strutture e il suo stile. I risvolti della guerra civile e della dittatura franchista, la percezione di sé come animale politico e sociale, l’adozione di una prospettiva fluida in grado di transitare dalla realtà interiore a quella esteriore connotano la sua lingua e la sua parola di un’intensità lacerata e dolorosa. In Aguirre la tensione tra la coscienza e la ragione e la continuità tra il tempo storico e l’intermittenza di quello memoriale trasformano la parola poetica in una rete di cattura dell’ignoto.

Nella sua vasta produzione letteraria, dove si alternano opere in prosa e poesia, Aguirre manifesta l’intenzione e l’urgenza di voler accedere all’interiorità dei personaggi per sposarne un punto di vista più intimo e profondo. Ma non c’è in questo nulla di artificioso o retorico. Al contrario, in Aguirre si verifica, come in Lorca, una misteriosa e fortunosa fusione tra il semplice, il naturale e l’essenziale. Grande appassionata di mitologia classica, nel suo esordio poetico sceglie di confrontarsi con uno dei testi fondamentali della cultura classica occidentale, l’Odissea di Omero. Il progetto è ambizioso ma gli esiti non deludono. Siamo nel 1971 e in Itaca, questo il titolo del suo libro di esordio, Aguirre rinnegando la tradizionale narrazione omerica incentrata sulle figure di Ulisse e Telemaco, colloca Penelope al centro dell’opera. Come già aveva fatto Joyce nel suo Ulisse servendosi della figura di Molly Bloom, Aguirre restituisce a una donna il primato della narrazione. Se nella versione omerica, Penelope veniva relegata a una dimensione prevalentemente domestica diventando simbolo di una devozione e di una fedeltà incrollabili ai valori della famiglia, le poesie raccolte in Itaca ci mostrano una Penelope più emancipata e libera, una Penelope che non si limita ad aspettare il ritorno del proprio uomo ma che si pone domande e cerca soluzioni pratiche agli interrogativi che la assediano. La Penelope tratteggiata da Aguirre è una donna fragile, vulnerabile e sola ma non per questo arresa a un destino che sembra segnato. A una lettura attenta delle poesie contenute in Itaca si comprende che la Penelope raccontata da Aguirre trascende in realtà i contorni del personaggio omerico assumendo una dimensione più vasta e attuale. Il messaggio che Aguirre sposa è chiaro: Penelope rivive in ognuna di noi, tutte abbiamo dovuto confrontarci con gli orrori e le tragedie di un conflitto, con la perdita di un amore, con il dolore della distanza, con l’inesorabile e implacabile trascorrere del tempo.  Il libro, accolto con favore dalla critica e dal pubblico, viene premiato quello stesso anno con il prestigioso premio Leopoldo Panero e consacra Francisca come autrice di riferimento nel panorama poetico spagnolo.

Da quel primo libro, Aguirre mantiene un’attenzione assoluta ai temi politici del suo tempo. Anche i temi legati all’emancipazione delle donne e alla centralità della loro funzione storica rimarranno sempre importantissimi. Di assoluta importanza e centralità anche il tema dell’infanzia e della maternità, della memoria e del lutto, del dolore della separazione, della nostalgia della lontananza, del desiderio come forma di eternità e sopravvivenza. Il tono sempre personale e intimo della sua scrittura e l’uso della stessa come strumento di conoscenza e trasformazione contribuiranno a decretare la sua voce come una delle più importanti e innovative degli ultimi ottant’anni. I suoi primi sei libri di poesie (Itaca, Los trescientos escalones, La otra musica, Ensayo General, Pavana del desasosiego, Los maestros cantores), sono stati raccolti nel 2018 in Ensayo General (Poesia Completa, anni 1966-2000). A questi seguiranno La Herida Absurda (2006), Nanas para dormir desperdicios (2008), Historia de una anatomia (2010) e Conversaciones con mi animal de compañia (2012). Tra i tanti riconoscimenti alla sua opera, oltre al giù citato Premio Leopoldo Panero (1971), si segnalano il Premio Ciudad de Irun (1976), il Premio Galiana (1994), il premio Esquio (1995), il Premio Maria Isabel Fernandez Simal (1998); il Premio della critica valenciana al conjunto de su obra (2001), Premio Alfons el Magnànim (2007), il Premio International de Poesía Miguel Hernández (2010), Premio Nacional de Poesía (2011), il Premio Hija predilecta de Alicante (2012) e il Premio Nacional de las Letras Españolas (2018).
Tra i suoi lavori in prosa, si ricordano: Espejito, espejito, libro de recuerdos (1995) e la raccolta di racconti, Que planche Rosa Luxemburgo (2002).

Per i lettori italiani che vogliono approfondire la figura di Francisca Aguirre segnalo che la Multimedia Edizioni/ Casa della poesia ha pubblicato i volumi Paesaggi di carta (2012) e Specchio, Specchio (2019), con la curatela e la traduzione di Raffaella Marzano e Guadalupe Grande, sua figlia anche lei poeta e scrittrice. In corso di stampa invece il volume di racconti, Rosa Luxemburg, sempre con traduzione di Raffaella Marzano. Per ogni informazione si rimanda al sito casadellapoesia.org.

A seguire la mia traduzione di quattro testi tratti da Itaca, la fortunata opera di esordio di Francisca.

© Francesca Marica

Triste fiera

En la noche fui hasta el mar para pedir socorro, 
y el mar me respondió: socorro. 
Fui hasta el mar y lo toqué 
con cuidado, como se toca a un animal equívoco, 
un animal que se come la tierra 
y en su límite último intenta confundirse con el cielo. 
Fui hasta él con la inerme disposición 
con que nos acercamos con lo desconocido 
esperando una respuesta mayor que nuestra dolorosa pregunta. 
Antes yo había mirado toda mi isla 
para llevarla conmigo hasta su sal. 
Había agrupado todo mi territorio en la retina 
y fui con él al mar: era 
tan suyo como mío. 
Ítaca y yo fuimos al minotauro acuático 
para pedir socorro 
y el mar nos respondió: socorro. 
Triste fiera: socorro.


Triste bestia

Di notte sono andata verso il mare per chiedere aiuto, 
e il mare mi ha risposto: aiuto. 
Sono andata verso il mare e l’ho accarezzato
con delicatezza, come si accarezza un animale misterioso, 
un animale che mangia la terra 
e nel suo limite più alto prova a mimetizzarsi con il cielo.

Sono andata da lui con l’animo indifeso
con cui avviciniamo ciò che ci è ignoto
aspettando una risposta più grande della nostra crudele domanda. 
Prima avevo osservato tutta la mia isola 
per portarla con me fino al suo sale. 
Avevo memorizzato il suo territorio nella retina 
e con quello sono andata incontro al mare: era 
tanto suo quanto mio. 
Itaca ed io siamo andate dal minotauro acquatico 
per chiedere aiuto 
e il mare ci ha risposto: aiuto. 
Triste bestia: aiuto.

Drago

Ahora que estoy tan sola como el mundo 
porque la noche llega de pronto 
y no podemos saber cuándo acaba, 
ahora que el mar hasta mi casa llega 
con su clamor de muerte poderosa 
y su aroma desatado de vida, 
en este viejo instante de fatiga 
que desnuda las cosas y las rompe 
como me ha roto a mí 

voy a soltarme el llanto, 
a ocultarme con las manos los ojos, 
a decirme que todo importa, 
hasta el oscuro clamor que no cesa, 
hasta la herida que no se restaña, 
hasta el amor, la impotencia y el odio. 

Ahora que estoy tan sola 
que necesito de todo lo que vive y no responde, 
ahora que la vida me llega 
como un eco de algo muy importante que no logro entender, 
voy a mirarme el corazón, 
a consentir su muerte migratoria, 
su respeto hacia todo lo que vive, 
y a sonreír con él, tal vez sin causa, 
ante este hermoso árbol 
que misterioso crece 
justificando inútilmente al mundo.


Drago

Adesso che sono sola come il mondo 
perché la notte giunge all’improvviso 
e non possiamo sapere quando finirà, 
adesso che il mare arriva fino a casa mia 
con il suo potente grido di morte 
e il suo profumo penetrante di vita, 
in questo vecchio istante di fatica 
che spoglia le cose e le rompe 
come ha rotto me 

credo che inizierò a piangere, 
a nascondere gli occhi con le mani, 
a dirmi che tutto ha un significato, 
perfino il grido oscuro che non si ferma, 
perfino la ferita che non si rimargina, 
perfino l’amore, l’impotenza e l’odio. 

Adesso che sono così sola 
che ho bisogno di tutto ciò che vive e non risponde, 
adesso che la vita viene da me
come l’eco di qualcosa di molto importante che non so decifrare, 
credo che guarderò il mio cuore, 
per favorire la sua dipartita, 
il suo rispetto verso tutto ciò che vive, 
e sorriderò con lui, forse senza motivo, 
davanti a questo albero 
che misterioso cresce 
giustificando inutilmente il mondo.

El espectáculo

 

Contempla el espectáculo, Penélope,

sin lágrimas, pero también sin entusiasmo.

Mira cómo se matan con sabia aplicación,

mas no es por ti, pues no eres tú

el odio que los aniquila.

Cuando te miran no ven sino el refugio,

la alcanzable guarida

donde esconder el cansancio y el miedo.

Ninguno sabe bien quién eres,

sólo les interesa tu leyenda

y si de pronto sorprendieran en ti

su propio rostro

te escupirían su desprecio

come se escupe a un ídolo falso.

Míralos: van a morir por algo que no existe,

déjate sobornar por la indulgencia:

no le niegues su industriosa mentira.

Sé una vez más tu antiguo límite.

Ellos van a morir mientras contemplas

la impasible sonrisa de los dioses.

Lo spettacolo

Contempla lo spettacolo, Penelope,

senza lacrime ma anche senza entusiasmo.

Guarda come si uccidono con saggia determinazione,

ma non è per te, perché non sei tu

l’odio che li annienta.

Quando ti osservano non vedono che il rifugio,

il riparo irraggiungibile

dove nascondere la stanchezza e la paura.

Nessuno sa esattamente chi sei,

a loro interessa soltanto la leggenda

e se all’improvviso scoprissero in te

il proprio viso

ti sputerebbero addosso il loro disprezzo

come si sputa su un falso idolo.

Guardali: moriranno per qualcosa che non esiste,

lasciati andare all’indulgenza:

non negargli questa artificiosa menzogna.

Torna ancora una volta te stessa.

Loro moriranno mentre tu contempli

l’impassibile sorriso degli dei.

La espera

Lo mejor que podemos hacer es no asustarnos. 
Ya sé que no resulta fácil atenazar el miedo. 
Pero también el miedo une. Es cuestión de saberlo 
y no menospreciar esa sabiduría. 

Calma, mucha calma, 
en medio del terror también se puede tener calma; 
casi diría que es imprescindible. 
Moverse con cuidado, calcular bien los movimientos: 
un paso en falso puede significar la destrucción. 

Miedo, naturalmente. Mucho miedo: 
nadie quiere desintegrarse. 
Pero también el miedo integra. No olvidarlo. 
Por descontado: esa tarea no resulta alegre, 
pero en casos como el presente 
lo más seguro es ver los hechos con realismo. 
Nada ayuda tanto como la realidad. 
Lo mejor que podemos hacer 
es mirar con afecto a la consolación; 
cuando se tiene miedo los consuelos no se desprecian. 
Cualquiera se puede morir, 
pero morir a solas es más largo. 

Y si el miedo sigue creciendo, 
apoyar una espalda contra otra. Alivia. 
Infunde cierta seguridad 
mientras dura la espera, Telémaco, hijo mío.

L’attesa

La cosa migliore che possiamo fare è non cedere al panico. 
So che non è facile tenere a bada la paura. 
Ma anche la paura unisce. È sufficiente saperlo 
e non disprezzare questa consapevolezza. 

Calma, molta calma, 
anche in mezzo al terrore si può avere calma; 
direi che è quasi necessario. 
Muoversi con scrupolo, pianificare bene i movimenti: 
un passo falso può determinare la disfatta. 

Paura, naturalmente. Molta paura: 
nessuno vuole andare incontro alla disfatta. 
Ma anche la paura unisce. Non dimenticarlo. 
Ovvio: questo compito non può dirsi allegro, 
ma in casi come questo 
guardare ai fatti con realismo è la cosa più sicura. 
Nessuna cosa aiuta come la realtà. 
La cosa migliore che possiamo fare 
è guardare con affetto la consolazione; 
quando si ha paura le consolazioni non si disprezzano. 
Chiunque può morire
ma morire soli è un’agonia più lunga. 

E se la paura continua a crescere, 
appoggiare una spalla contro l’altra. Consola. 
Infonde una certa sicurezza 
mentre continua l’attesa, Telemaco, figlio mio.

 

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