Gianna Manzini: una vita nella letteratura

«Vorrei consentire nelle mie pagine l’ingresso non dell’imitazione della vita, ma della vita stessa. Non sembrino parole. Ci ho pensato parecchio. Per me, vita significa qualcosa di assai misterioso e sconosciuto. Per rifletterla, per agguantarla, vedo essenzialmente vie impervie, sentieri impraticabili, non segnati sulle comuni carte di circolazione. (…) perché la vita ammannita, confezionata su gli usuali schemi, sulle usuali strutture, non è vita: è un’invenzione pratica, una convenzione spesso necessaria, comoda o incomoda; ma sempre qualcosa di fabbricato.»[1]

Guardo le immagini di Gianna Manzini e sono rapita da uno sguardo fiero, profondo, ammantato di malinconia e tristezza, a conferma del fascino scaturito dalla scoperta e dalla lettura dei suoi libri, a conferma dell’intensità di pensiero e di sentire di cui sono portatrici le sue pagine. L’opera di Gianna Manzini si snoda tra vita e letteratura, in un costante impegno da parte dell’autrice ad individuare un proprio modello di scrittura e a riflettere sulla funzione della Letteratura.
Gianna Manzini, nata a Pistoia nel 1896 e morta a Roma nel 1974, copre con l’arco della sua vita anni di grandi cambiamenti, di profondo dolore e di vivaci entusiasmi, soprattutto in merito alla condizione femminile. Le esperienze di sofferenza non sono soltanto quelle collettive della storia, ma anche quelle che da essa ne derivano e le personali: in particolar modo, una salute gracile condiziona la sua fanciullezza, donandole tuttavia una grande passione per la lettura, e la morte del padre Giuseppe, un anarchico che, relegato al confino, muore in un agguato fascista nel 1925, lasciando una profonda ferita e un immenso vuoto in lei che, ormai adulta, sposata con Bruno Fallaci già da cinque anni, vive e si afferma nella fervente Firenze. Nel capoluogo fiorentino era giunta nel 1914 con la madre, Leonilda Mazzoncini, appartenente ad una nota famiglia di industriali pistoiesi, i quali avevano condizionato e indotto la separazione tra i genitori di Gianna Manzini, per le idee rivoluzionarie e le frequentazioni del genitore che mal provvedeva, a loro giudizio, al sostenimento della famiglia. E così la piccola Manzini subisce una prima perdita del padre, forse la più dolorosa perché incompleta, incomprensibile per lei così piccola, per quel desiderio naturale di perdersi in un abbraccio d’amore, per quel necessario e legittimo processo di riconoscimento nella figura paterna di cui nessun bambino dovrebbe essere privato. L’allontanamento del padre, infatti, dovuto ai dissapori familiari, è per Gianna Manzini come un’anticipazione del lutto futuro.
Firenze lenisce il dolore di Gianna Manzini distraendola, regalandole incontri preziosi e  nuove opportunità: qui conosce, solo per citarne alcuni, Eugenio Montale, Giacomo De Benedetti, Alessandro Bonsanti; collabora con Solaria; pubblica il suo primo romanzo, Tempo innamorato (Corbaccio, 1928), ottenendo grandi consensi anche dalla critica; nel 1930 viene scelta da Elio Vittorini e Enrico Falqui per l’antologia Scrittori nuovi. Ed è con Falqui che costruisce una nuova storia d’amore dopo la separazione dal marito, chiudendo un altro capitolo della sua vita: Roma è la città  in cui andrà a vivere, inizialmente forse troppo grande per lei o forse semplicemente straniera. Il legame con Falqui è un sodalizio di intimità e intelletto: lui dirige la rivista Poesia (1945-1948) e lei la corrispettiva Prosa (1945-1946). Nel frattempo sono usciti i primi volumi di racconti di Gianna Manzini: Incontro col falco (Corbaccio, 1929); Bosco vivo (Treves-treccani-Tumminelli, 1932); Un filo di brezza (Panorama, 1936); Rive remote (Mondadori, 1940); Venti racconti (Mondadori, 1941). A cui seguono i romanzi Lettera all’editore (Sansoni, 1945), Un’altra cosa (Mondadori, 1961) e una serie di altri volumi di racconti (Forte come un leone, Mondadori, 1944; Ho visto il tuo cuore, Mondadori, 1950; Cara prigione, Mondadori, 1951; Animali sacri e profani, Gherardo Casini editore, 1953; Foglietti, All’insegna del pesce d’oro, 1954; Arca di Noè, Mondadori, 1960; Il cielo addosso, Mondadori, 1963; Album di ritratti, Mondadori, 1964; Sulla soglia, Mondadori, 1973). Nel 1956 vince il Premio Viareggio con La sparviera (Mondadori, 1956); nel 1965 il Premio Napoli con Allegro con disperazione (Mondadori, 1965). La pubblicazione di Ritratto in piedi (Mondadori), nel 1971, la porta ad essere la prima donna a vincere il Premio Campiello.


Non solo romanzi e racconti produce la penna di Gianna Manzini, non solo temi letterari: Gianna diventa Vanessa e Pamela che scrivono di moda e di emancipazione femminile e collabora con riviste come Campo di Marte, Letteratura, Oggi, La fiera letteraria, Milano sera, La gazzetta del popolo.
Un’autrice prolifica, dunque, che da questa breve biografia non sembra soffrire una posizione di secondo piano, rispetto ad un mondo maschile, che anzi sembra accoglierla e stimarla, se si considerano i commenti di Montale e di De Benedetti alla pubblicazione delle sue opere.
Tuttavia, Gianna Manzini è in continua ricerca ed evoluzione, non cade nell’autoreferenzialità o nell’egocentrismo: rimane sempre molto critica nei confronti di sé stessa, condizione che la pone a cercare un proprio stile che possa affermarsi autonomamente senza definizioni di genere:

«Non posso però fare a meno di confessare che sentirmi dire “squisita” e
“raffinata”, mi fa un bruttissimo effetto. E zitta zitta faccio faville, come un
gatto carezzato contro-pelo.»[2]

Gianna Manzini è un’autrice interessante perché non è semplicemente una generatrice di storie, motivo per cui rifugge da certe etichette: si interroga sulla funzione della letteratura, sullo spessore dei personaggi che prendono vita tra quelle trame, sulla scrittura e sul linguaggio da adottare. Questo impegno lo dimostra apertamente in Lettera all’editore (1945), l’opera più complessa e articolata dell’autrice, dove idee e tecnica si sperimentano in un dialogo di cui probabilmente lei stessa è insieme fautrice e osservatrice. Questa ricerca di stile, di cui la tanto stimata Virginia Woolf è modello, continuerà fino alla fine. Il genere del ritratto, che significa osservazione, meditazione, comprensione, immedesimazione, è particolarmente caro a Gianna Manzini, perché le permette quell’andare lento necessario allo scavo dei sentimenti e delle molteplicità dell’esistenza.  Nella terza e ultima parte di Album di ritratti (1964), Gianna Manzini dà conferma di questo lungo cercare:

«Ma senza dubbio io cerco nell’arte ciò che alla vita manca per essere più vera, il sempre diverso accento affinché la realtà scritta sia più trasparente e balzante di quella confusa e intorbidata nel giro dei fatti e degli avvenimenti.
Come ci si arriva? Ognuno alla propria maniera, ma anche con una attenzione insieme docile e ardente.
Confesso di essere innamorata del mio mestiere; e confesso che l’estensione del mio vocabolario – oh, limitata! – e della mia tastiera, e l’agilità nel servirmene, mi sembrano prima di tutto ancora lontane da una necessità di modulare, legare, moltiplicare tempi, temi e ritmi; e poi, che ogni acquisto, in tale ordine, non farà che aiutare quella verità cui ho accennato.»[3]

In Una risposta da cavaliere, anche questo compreso in Album di ritratti, l’occasione di criticare chiunque voglia attribuire un genere ai diversi stili di scrittura la pone super partes, in quanto riconosce la vacuità di certe prese di posizione sia da parte femminile che maschile.

«Può valere, dunque, a proposito di letteratura, la distinzione: maschile e femminile? Respingendola però si respinge soltanto una differente graduatoria di giudizio estetico e di validità si capisce che anche nella scelta degli argomenti, nel modo di investirli, nello sguardo, nella percezione, nell’impostazione della voce, e naturalmente nella voce stessa, nella maniera di reagire, nei motivi intimi, le diversità esistono: come potrebbe non essere? Non vogliono, le donne, sia ben chiaro, camuffare o nascondere la loro femminilità; anzi sono sicure che, raggiunto quel superiore livello, nelle loro pagine più genuine e più vere, esse saranno più che mai donne.»[4]

E come una veterana scaltra, mette in guardia le giovani scrittrici, sottolineando l’ingenuità di chi spera di essere accolta tra autori ed editori, in quell’olimpo tanto desiderato.

«Femminile, maschile: attributi che esorbitano da una scala di valori. Tuttavia: quali sono i caratteri letterari che, per una convenzione vengono chiamati “femminili”? C’è di che essere imbarazzati. A chiunque verrà fatto di mettere al numero uno la “sensibilità”, o meglio una particolare sensibilità. Va bene; ma state attente, amiche: quando questa qualità viene troppo esaltata, c’è di chi diffidare: perché è nella rete insidiosa dei vostri nervi, nel suscettibile tessuto della vostra epidermide, nelle maglie del vostro sistema emotivo che, ancora, vi si apparta; e così, lodandovi, si distrae una vostra superiore ambizione.

Secondariamente, si parlerà di uno spirito di rivalsa che, a buon diritto, è sempre imperniato sulla difesa, il più delle volte nell’ambito della famiglia. La penna diventa allora una specie di strumento di giustizia. E, come in uno specchio che ingrandisce, l’accusato dovrebbe scorgere fra le righe il proprio viso, forse il proprio destino.»[5]

Gianna Manzini si afferma in un mondo di uomini, da cui riesce a difendersi finché in vita. Poi, cade nell’oblio, dimenticata, anzi pesantemente criticata: il suo nome non compare in molte antologie e nemmeno in alcuni dizionari della Letteratura, opere sicuramente di mera consultazione, tuttavia importanti per la divulgazione del nostro patrimonio letterario e per l’educazione alla lettura e alla scrittura. O, ancor peggio, come accade di trovare in un Dizionario Enciclopedico, la voce Gianna Manzini, firmata da Giorgio Barberi-Squarotti, è totalmente svilita, arrivando perfino ad omettere il conseguimento del Premio Campiello e a liquidare la sua scrittura con queste parole:

«I racconti sono in genere la parte più sicura della sua opera, nel loro breve respiro, che è del resto la nota caratteristica della sua arte: nei romanzi la debolezza della struttura narrativa si rivela con evidenza, portando a meccanicità e ripetizioni e disperdendo l’intensità lirica dello stile e dei climi sentimentali. È qui il limite della M., che inevitabilmente porta la sua analisi dei sensi e dei sentimenti ai confini dell’astrazione, tanta preziosità di stile a un dispiegamento un po’ troppo vano.»[6]

Quasi a volerci far pensare che i premi ricevuti e i plausi ottenuti da Montale, De Benedetti, Cecchi, André Gide, Vittorini e da molti altri fossero da non considerare, da cancellare.

Alla morte di Gianna Manzini, avvenuta nel 1974 a soli cinque mesi dalla perdita dell’amato marito, Mimma Mondadori acquisisce il fondo Gianna Manzini, composto di lettere, scritti, appunti, ritagli di riviste, bozze di stampa. Tale materiale, conservato alla Fondazione Mondadori, insieme ad altre carte della scrittrice pistoiese, conservate presso l’Archivio del Novecento dell’Università degli studi di Roma La Sapienza e presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, è stato inventariato e pubblicato nel 2006. Tale inventario è stato il frutto della collaborazione creatasi tra le istituzioni sopra citate all’interno del progetto di ricerca Scrittrici e intellettuali del Novecento. Le carte d’archivio, sostenuto dal Ministero per i beni e le attività culturali.[7] Il progetto è stato presentato al pubblico con una mostra e un convegno tenutisi alla “Casa delle Letterature di Roma” nell’aprile del 2005.
Negli ultimi anni altri interessi in ambito accademico sono stati rivolti a Gianna Manzini, restituendole riconoscimenti.
Ora Gianna Manzini merita di tornare ad essere letta, pubblicata; la sua scrittura ci riporti a certa complessità: non quella della ridondanza ma quella di una prosa che talvolta si trasforma in poesia, quella prosa che obbliga il lettore ad accendere i ricettori dei propri sensi e ad immergersi nell’umano.

© Chiara Pini

Note

1 G. Manzini, Album di ritratti, Mondadori, Milano, 1964, p. 227.
2 Ivi, p. 225.
3 Ivi, p. 237.
4 Ivi, p. 241.
5 Ivi, p. 242.
6 Giorgio Barberi-Squarotti, Gianna Manzini, in AA.VV., Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Torino, 1992, pp. 902-903.
7 http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Quaderno_108.pd

***

Note bibliografiche:

Leggere i libri di Gianna Manzini oggi è possibile, cercando le passate edizioni in biblioteca o nel mercato dell’usato.

In catalogo si trovano per lo più scelte di racconti e altri suoi scritti:

  • Ritratto in piedi, (Ortica Editrice, 2011);
  • Lettera all’editore, (Sellerio, 1993);

per i racconti:

  • Autoritratto involontario e altri racconti, (La Tartaruga, 1996);
  • Favola dell’ulivo e altre prose liriche, (Via del vento, 1994);
  • Il merlo e altre prose, (Via del vento, 2005);
  • Cielo di Pistoia e altri racconti, (Via del vento, 2007);

per gli articoli di moda e gli scritti:

La moda di Vanessa, (Sellerio, 2003);

  • Scacciata dal paradiso, (Hacca, 2012);
  • «La voce non mi basta». Lettere a Giuseppe De Robertis e a Emilio e Leonetta Cecchi, (Società editrice Fiorentina, 2019).

Per approfondire Gianna Manzini, si suggeriscono alcuni riferimenti bibliografici:

–  Lia Fava Guzzetta, Gianna Manzini, Firenze, La Nuova Italia, 1974;

Gianna Manzini tra letteratura e vita: atti del Convegno: Pistoia, Firenze 27-28-29 maggio 1983, a cura di Marco Forti, Fondazione Arnold Mondadori, 1985;

  • Larchivio di Gianna Manzini, Inventario a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Clelia Martignoni, Alessandra Miola, Sabina Ciminari, Anna Cucchiella, Giamila Yehya, Pubblicazioni degli archivi di Stato, Quaderni della rassegna degli archivi di Stato 108, 2006 (http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Quaderno_108.pdf);
  • Gianna Manzini, a cura di Francesca Bernardini Napoletano, Giamila Yehya, S. Ciminari, Fondazione Mondadori, 2005;
  • Mariella Muscariello, Immagini di memoria in ritratto in piedi di Gianna Manzini, in Critica Letteraria – 174 – (https://www.iris.unina.it/retrieve/handle/11588/693210/151755/Manzini%20Critica%20letteraria.pdf);
  • Enzo Panareo, Invito alla lettura di Gianna Manzini, Milano, Mursia, 1977;
  • Chiara Tonetto, Gianna Manzini tra teoria e prassi della narrazione, Tesi di Laurea, Ca’ Foscari, Venezia, 2014-2015, Prof.ssa Ilaria Crotti.

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