Livia De Stefani, narratrice femminista ed ecologista ante litteram

Livia De Stefani nasce a Palermo nel 1913 da una ricca famiglia di proprietari terrieri. A diciassette anni sposa lo scultore Renato Signorini e si trasferisce a Roma. Qui viene incoraggiata a scrivere dallo scrittore Alberto Savinio. Sempre a Roma conosce Vitaliano Brancati, Elsa Morante, Maria Bellonci; entra in dialogo come protagonista con gli intellettuali di quella grande città, anche se le sue opere non furono mai accolte con un decisivo successo. Muore a Roma nel 1991.

Possiamo dividere gli scritti della De Stefani in due periodi. Nel primo, quando in letteratura trionfava il neorealismo, Livia De Stefani pubblica opere che, pur non estranee al nuovo genere, lo attraversano recuperando alcune caratteristiche formali proprie del realismo e del romanzo antistorico, con una spiccata matrice femminista, da La vigna di uve nere (Mondadori, Milano, 1953) a Viaggio di una sconosciuta (Mondadori, Milano, 1963). Nei successivi anni, caratterizzati in letteratura dal movimento della neoavanguardia, assistiamo a un’apertura della scrittrice verso la psicoanalisi nonché verso tematiche più strettamente ambientaliste, anche se il suo contributo non sarà mai fondato su un’analisi sociopolitica del mondo, del quale vede solo un possibile peggioramento.

 

Le opere femministe

Le prime opere – eccetto Gli affatturati (Mondadori, Milano, 1955) che fu scritto per primo ma che ebbe luce solo nel 1955 – trattano della condizione femminile in una Italia (soprattutto la Sicilia) di un passato non troppo lontano. Non è nemmeno molto importante dare una precisa collocazione temporale a queste opere, perché sembrano nate fuori dalla Storia. Lo sguardo dell’autrice è rivolto verso un mondo patriarcale appartenente ad un passato dove nessuna rivoluzione sociale è intervenuta a creare personaggi in possesso di idee e libertà tipicamente borghesi. Sebbene l’epoca dei fatti narrati non sia lontana, le figure dei romanzi sembrano muoversi in un’atmosfera di un passato arcaico e immaginario.

La vigna di uve nere, prima opera dell’autrice pubblicata nel 1953, trae ispirazione da un fatto di cronaca sublimato in finzione romanzesca. È un romanzo dal marcato stile espressionista, il cui linguaggio diretto ed essenziale riecheggia costantemente il sanguigno paesaggio siciliano che contorna la vicenda. E se da una parte si può sentire la grande lezione di Verga, De Roberto e del Pirandello de I vecchi e i giovani, dall’altra la composizione dell’opera non appare immune dalla temperie neorealista che si stava sviluppando in quel periodo in Italia. Il cupo interno domestico che ci presenta il romanzo di Livia De Stefani è segnato da una progressiva distruzione e disfacimento che si compirà nel finale con gli accenti quasi di una tragedia greca. Se il personaggio di Casimiro Badalamenti, borghese per appartenenza sociale (egli commercia tartaro del vino), rimanda ad un oscuro e violento universo, arcaico e feroce per la mentalità, la figura della prostituta Concetta è la significativa espressione di un mondo popolare (ricordiamo che la figura della prostituta sarà assai presente anche nella letteratura e nel cinema neorealisti). Concetta e la figlia sono le vittime di Casimiro, per il quale i bambini nati fuori dal matrimonio legittimo devono essere nascosti; secondo l’ottica crudele ed arcaica del personaggio, la figlia deve morire insieme al nipote ancora in grembo, attraverso una istigazione al suicidio, atto paterno, questo, che rappresenta una delle invenzioni più diaboliche e drammatiche mai scritte. Il romanzo è anche un significativo affresco sociale della Sicilia dell’epoca: è, anzi, il primo romanzo a parlare di mafia e a problematizzarla all’interno dell’universo siciliano. Ma non è la stessa mafia di cui tratterà in forma lucida e oggettiva ad esempio, uno scrittore come Leonardo Sciascia, il cui sguardo narrativo si distende in forma saggistica e analitica sull’universo mafioso. Quest’ultimo, nel romanzo della De Stefani, appare legato da una oscura e onirica violenza alla terra siciliana, è l’espressione animalesca e bestiale di uno spaccato sociale mosso da una forza cupa e cieca. L’universo criminale de La vigna di uve nere è come un gigantesco animale che appare legato al proprio territorio da un vitalismo ctonio e magmatico. E questo universo sociale, insieme alle sue mille contraddizioni, emerge, come già accennato, per mezzo dello stile espressionista della scrittrice, uno stile che può ricordare, per certi aspetti, quello sanguigno di Carlo Levi, che affresca meravigliosamente un altro lembo di terra del Sud in Cristo si è fermato a Eboli. E allora, un espressionismo così vitale, ma ferito da oscure ombre di morte (nell’esito tragico che avrà la vicenda, segnata dall’incesto) sembra essere il marchio stilistico più importante e più sorprendente di questa straordinaria opera rimasta a lungo, ingiustamente, misconosciuta. Rispetto a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, uscito pochi anni dopo (nel 1958), i personaggi della De Stefani sono inconsapevoli o disinteressati della fine dei secoli borbonici e possiedono codici d’onore e passioni che li rendono prigionieri nel perseguire azioni delle quali non decidono, ma sono decisi dal loro sangue. Sangue come richiamo di forze primordiali e istintuali, trasmesse biologicamente di generazione in generazione, e non come vessillo di un casato; sangue come impulso bestiale in amore, sottomissione totale della donna all’uomo: tematiche presenti solo sullo sfondo ne Il gattopardo.

Una breve pausa tra i due romanzi che trattano di tragedie femminili si riscontra ne Gli affatturati, edito due anni dopo La vigna di uve nere e tre anni prima di Passione di Rosa (Mondadori, Milano, 1958). Qui, alla violenza di idee ereditarie e ataviche (personaggio di Casimiro) subentra un’altra schiavitù, quella di idee imprigionanti, manie, fissazioni mentali. Le idee affatturanti creano una linea di separazione tra una classe sociale e l’altra, sono idee resistenti alle novità dei tempi che cambiano. Non è lo status sociale di appartenenza che impedisce l’apertura verso un ceto diverso, ma sono le idee che creano una chiusura labirintica nel proprio ceto. Siamo di fronte alla resistenza che le categorie sociali tradizionali esprimono verso la rivoluzione borghese. Lo scontro avviene tra nobiltà e piccola borghesia, signori e cafoni. Il marchese di Fontesecca ha una ossessiva paura dei bacilli, simbolo di contaminazione proveniente dal popolo e dalla borghesia, e costringe se stesso e la famiglia alla clausura, sacrificando la figlia all’infelicità; la nobile famiglia di Giuditta Malapica viveva dell’unica idea di aumentare il proprio grado nobiliare attraverso il matrimonio  e, scornata dall’impossibilità di apparentarsi con una famiglia nobile, diventa schiava della cocaina, cercando in essa una morte lenta e felice; dall’altra parte il personaggio di Gustavo Darò, povero popolano, è in preda a un innamoramento, che è follia animalesca, per una nobile donna. Gliene verrà solo ulteriore emarginazione e isolamento: i suoi sentimenti sono bassi e primitivi, da cafone, retrivi riguardo alla concezione della donna, per questo verrà respinto e portato a una lenta distruzione di se stesso. L’ambiente sociale si configura come terreno psicologico di idee che non possono cambiare, che non stanno al passo con una società in mutamento, in anni in cui si afferma pienamente la borghesia. Questo terreno ideologico rimane insuperabile, senza orizzonte e senza sbocco; divide mondi che possono entrare in contatto, ma non si uniranno mai. Perché le idee sono formate da abitudini, tradizioni, ricordi familiari, esperienze acquisite in giovane età. L’autrice esprime quindi la convinzione che se non sono le idee a cambiare, i ceti tradizionali saranno travolti dalla rovina.

Rispetto alla donna che subisce violenze dal marito (Concetta), incontriamo, in Passione di Rosa, la ragazza semplice che non riesce a vedere l’incapacità di sentimento di amore del marito. Anche Rosa è come affatturata da un’idea, quella dell’amore “vero” che si corona nel matrimonio, unico destino a cui si sente consegnata. Siamo in un paesino delle Sicilia degli anni Cinquanta circa, la protagonista è figlia di una ricamatrice e di un bracciante; non ci sono industrie e operai. La lotta per la sopravvivenza non crea nella protagonista l’aspirazione a una ascesa di classe, nemmeno a un aumento sostanziale del benessere economico. L’ideale descritto come desiderio di Rosa è l’amore. Non si accorge, la protagonista, che colui che ha sposato l’ha fatto per coprire una tresca amorosa; non sa che se lui parte per l’America non è per dare maggiore benessere alla famiglia ma per appagare un egoistico e fatuo desiderio di indipendenza e denaro. Rosa è un’anima nobile e semplice, innamorata di un uomo cinico e rozzamente sensuale, che persegue l’astro nascente dell’arricchimento facile in America. Insensibile al richiamo della ricchezza, alle privazioni della povertà, non umiliata dall’essere derisa dalla cameriera e da altre persone nella casa borghese presso cui è in servizio, Rosa possiede la primitiva forza dell’amore senza che la mediazione del filtro sociale, familiare o culturale, penetri in lei e riesca a emanciparla dalla visione idealizzata dell’amato. Quest’opera è una epopea del realismo del sentimento: la protagonista lotta fino alla fine per conservare un’immagine di purezza del marito. Solo l’evidenza di fascicoli giudiziari che lo accusano di bigamia e di traffico di stupefacenti trasforma la sua passione in sete di vendetta. Ma questa vendetta non è priva d’amore: è una immolazione sacrificale del suo amore, unico gesto con cui può dimostrare a lui cosa è veramente l’amore, suscitare in suo marito la luce della coscienza, il fuoco del rimorso e del pentimento, lasciargli un senso della propria esistenza e del proprio amore; lasciarlo vivere per tutta la vita in un carcere con il solo fantasma della moglie, lontano dalle corruzioni del mondo, perché sino alla fine è importante per Rosa il problema del recupero della purezza nell’anima dell’uomo. Così, nel finale, va in cerca della morte per mano del marito, cosciente delle sue intenzioni di ucciderla. La cristallizzazione della passione in una dimensione inattaccabile e indiscutibile crea pagine drammatiche e dense di poesia.  Rosa non potrà realizzare la morte progettata perché un “pegno d’amore” antico di lui, una pallottola nei polmoni, causerà la sua morte poco prima del compimento di quel disegno. Morirà, non uccisa direttamente dalla sua mano ma sempre a causa sua, per una ferita che lui le aveva procurato nei polmoni con un’arma da fuoco, e che lei aveva nascosto a tutti. Nel romanzo vi è anche un’anticipazione del tema della pulsione di morte che sarà ampiamente sviluppato, sempre al femminile, ne La signora di Cariddi.

Morte ad opera del padre, del marito, o per suicidio causato dalle false speranze da parte di un uomo: è il caso, quest’ultimo, trattato in Viaggio di una sconosciuta, che contiene una serie di racconti dei quali il primo, il più lungo, costituisce la prima parte e dà il titolo all’opera. La prefatrice dell’edizione del 2018 per Cliquot, Giulia Caminito, scrive che il primo racconto si può leggere come la

“parabola della violenza, quella sulle donne, incastrate nel loro ruolo di mogli o di amanti, prese in giro dalla società maschile, inseguite per le vie con false promesse di gentilezza e doppi fini sessuali e goliardie, imprigionate nel loro futuro di madri piene di rimpianti e scelleratezze. Una violenza che qui non è mai fisica, ma è mentale in primo luogo, e questo rende il racconto attualissimo e da rileggere oggi con molta attenzione” (ivi, pag.7).

“Le donne, le pecore, le cavalle, tutte in un modo”, dice la protagonista nel primo racconto, e la frase ritorna come una litania nei suoi pensieri nelle pagine successive. La protagonista passa attraverso le strade di Roma con la sua valigia che contiene un segreto che si può solo immaginare, il corpo del suo piccolo figlio ucciso da lei, dopo che la società, e in primo luogo l’amato che l’ha illusa per lungo tempo, non diedero nessuna possibilità a quelle due vite di esistere come le altre. Allora lei decide il suicidio, il suo corpo insieme al corpo del bambino insieme da gettare nel fiume. Il flusso dei pensieri di Rosa si articola in flash del passato che si presentano in maniera improvvisa e caotica, creando l’effetto di una mente non più lucida. La capacità stilistica di sovrapporre diversi piani temporali crea una narrazione che palpita di poesia e di tragedia. Nella seconda parte del libro abbiamo una serie di figure quali il mostro, il nano, l’avaro, la sposa, la sarta, lo zio folle, tutte a caratterizzare diversi registri stilistici, il grottesco, il dramma, la farsa, la tragedia e la fiaba dell’infanzia. La prosa è pervasa da un ambiente surrealista, dove la realtà può essere un sogno e la paura diventare realtà: a una sarta, non si sa se nell’ immaginazione o veramente, ogni giorno appare un misterioso innamorato che la guarda alla finestra; la folla, impaurita da una serie di morti di nobili, diffonde come certa la notizia infondata della morte di un duca.

 

Le ultime opere

Possiamo ora esaminare gli ultimi tre scritti dell’autrice, dove la tematica femminista non è più centrale. La morte è all’opera nel volume La signora di Cariddi (Rizzoli, Milano,1972), nel suicidio progettato (e non avvenuto) dalla protagonista femminile, alle prese con l’incomprensibile mondo degli uomini. Esso si può considerare lo svolgimento, in romanzo, della teoria freudiana della pulsione di morte, e una sua interpretazione che getta luce sulla situazione di una donna prigioniera in una serie di amori malati, e forse anche una interpretazione del comportamento di alcune figure femminili dei precedenti romanzi. Nella protagonista, che parla in prima persona, troviamo al lavoro una sotterranea urgenza di morte, una intelligenza che lavora al contrario del tornaconto. La vediamo indagare questo masochismo, indagare la psiche umana e le pulsioni erotiche con precisione estrema; sottoporsi a cure psicanalitiche, per tentare di soffocare il desiderio di morire che segue quelle azioni riguardo alle quali, essa dice:

“mi davo agli uomini contro la mia volontà, senza tuttavia riuscire mai a sottrarmi alla oziosa richiesta di quanti mi volevano” (ivi, pag. 142).

Alla psicanalisi, scrive l’autrice, dobbiamo riconoscere che

“ci ha privati di molte illusioni. Ecco perché trova resistenza nella borghesia, nel clero, nei militari” (ivi, pag. 26).

Il racconto della vita di una donna siciliana si estende dal matrimonio, terminato con il suicidio del marito, all’ illusione di avere trovato l’amore in Tommaso (un approfittatore, volgare, cinico, fascista, che le spilla soldi per il gioco e vive l’amore con lei non rinunciando a continue avventure con prostitute) e, infine, alle sue avventure con uomini, dopo essere stata lasciata da Tommaso per una prostituta. La narrazione degli eventi è inframmezzata dai ricordi dell’infanzia e dalle figure che la accompagnano: il nonno, il padre, il fratello del nonno, gli zii, in una ricerca dei motivi che la costrinsero a oltraggiare se stessa, a degradarsi nel rimanere in una lunga relazione con Tommaso e, dopo di lui, nel concedersi a diversi uomini in una condizione psichica che non è scelta, ma istinto distruttivo. Il ricordo evocato ha una prosa di stile proustiano, che ben si adatta a filtrare il passato sovrapponendosi a momenti del presente. La protagonista avanza l’ipotesi di una propria identificazione con la madre che, come lei, ebbe per marito un dongiovanni scialacquatore. Dopo che Tommaso la lascia, accade che lei si trasforma nel suo ideale, una donnaccia. Ma è la “struttura biologica” che vince e determina la vita, dice la donna (ivi, pag. 130), perché i suoi parenti erano tutti abbastanza folli, e gode che le sia dato l’ergastolo come punizione per non essere riuscita a uccidere i propri fantasmi. Ha ucciso invece un uomo che le aveva detto in faccia, in una parola, di essere quello che lei combatteva e di cui voleva liberarsi. Durante una allegra festa a Roma, conosce un giovane che si tiene in disparte. Alla fine della serata vanno in un bar a bere qualcosa. Lei gli chiede come vestirsi per la festa di carnevale, e lui risponde: “non c’è dubbio, da puttana”. A questo punto lei gli spara e lo uccide.  La pulsione di morte è magistralmente interpretata come identificazione e sostituzione con l’oggetto amato da parte di un uomo che non la ama.

Il tema della morte assume connotazioni più ampie e metaforiche fino ad allargarsi ad una vera e propria ‘morte’ del pianeta ne La stella assenzio (Vallecchi, Firenze, 1985), opera di fantascienza in cui sono affrontate tematiche ambientali per mezzo di una scrittura surrealista e visionaria. La De Stefani conosceva già l’opera I limiti dello sviluppo di Dennis Meadows, del 1972, citandolo (pag. 136 dell’edizione del 1989, BUR, Milano) a proposito dello “sterminio delle foreste tropicali, il surriscaldamento dell’aria, lo scioglimento dei ghiacciai artici, l’incalzare delle inondazioni, l’appestamento delle acque marine e sorgive, l’esaurimento delle riserve minerarie, l’innalzarsi delle maree di rifiuti urbani, il maleficio degli anticrittogamici e dei diserbanti, l’adozione incondizionata  delle bioproteine chimiche potenzialmente mutogene, la fuoriuscita dei liquami radioattivi dalle viscere delle centrali nucleari, la corsa agli armamenti, la moltiplicazione dei roditori” (ivi, pp. 136-137).

La scrittrice anticipa temi che saranno diffusamente dibattuti solo in anni successivi, e precorre i tempi soprattutto con la tematica della decrescita che comparirà successivamente nell’ecologia politica di Latouche. Parlano, come dei profeti, persone segnate da esperienze di vita tragiche che, secondo il governo, sono affette dal bacillo del “catastrofismo”, ma che a ben vedere hanno solidi motivi per considerare vicina la fine della terra e della specie umana. A un insigne medico viene commissionato, da parte dei governanti, di trovare una cura a quel morbo, un antidoto che ne impedisca la diffusione. Ma lo stesso medico soffre di quel catastrofismo. Nel finale sarà ucciso dal potere politico. I riferimenti all’Apocalisse sono numerosi: la stella Assenzio è la stella che cade dal cielo avvelenando le acque. Vi è la consapevolezza di un punto di non ritorno della terra, di fronte al quale si apre l’apocalisse, anche se la fine del pianeta farà rinascere la materia della terra nell’ universo in altri mondi, perché lo stesso universo non è che un perenne nascere e morire di mondi.

Attraverso l’opera La mafia alle mie spalle (Mondadori, Milano, 1991), uscita postuma nel 1991, sappiamo che fu del 1954 l’incontro, sollecitato dalla mafia, della scrittrice con il boss Vincenzo Rimi, operante nel trapanese, leader di Cosa Nostra in tutta la Sicilia negli anni cinquanta e sessanta. Il libro tratta della resistenza dell’autrice alle pressioni di Cosa Nostra. Le mire della mafia erano il controllo dei terreni della tenuta di Virzì di cui era divenuta proprietaria, a 16 anni, Livia De Stefani. La mafia costrinse la De Stefani a licenziare il suo campiere e mettere al suo posto un sicario. Nel 1960 questi fu indiziato di attività criminose e mandato al confino di polizia in un paese del nord. Tuttavia, la De Stefani era costretta a pagargli ancora lo stipendio nelle mani di un qualche suo congiunto. In questi anni la scrittrice cerca di amministrare le terre, convertendole alla coltivazione di vigneti. Una donna che a quei tempi amministrava una tale impresa agricola, con l’incalzante pressione mafiosa, era un fatto straordinario. Vincenzo Rimi riesce a comprare la proprietà terriera adiacente a quella della De Stefani, che era della sorella, e metà dell’abitazione padronale di Virzì. Scrive l’autrice:

“la mafia può considerarsi un’attitudine psichica al sopruso tendente all’impero” (ivi, pag. 91).

Ed è significativo il fatto che mafiosi sono molti personaggi maschili dei suoi romanzi (nel libro parla anche di Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta). Livia De Stefani diventa così coabitante con un mafioso. La proprietà, infine, fu venduta dopo il terremoto del Belice, nel 1968. Solo l’impossibilità di riaprire un’azienda agricola da zero fece sì che la De Stefani si decidesse a venderla: notevole il fatto che fu capace di conservarla fino al terremoto nonostante le vessazioni della mafia.

Per la varietà delle tematiche della sua opera, la loro attualità, l’anticipazione di problemi oggi attuali, e per la bellezza della narrazione, Livia De Stefani deve essere certamente riscoperta e riletta.

 

© Francesca Clara Fiorentin

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