Virgilia D’Andrea, Non sono vinta. Raccolta di scritti tra anarchia e antifascismo

Inserirsi nel dibattito italiano contemporaneo sull’antifascismo apportandovi un punto di vista nuovo o meno esplorato non è scontato, soprattutto se si considerano i toni di diatriba che ha assunto negli ultimi anni, in cui l’antifascismo da valore indiscutibile e fondante della nostra Repubblica, che tutti dovremmo condividere, è diventato feticcio contestabile, medaglia d’onore per alcuni e ridicolo retaggio per altri. Non sono vinta. Raccolta di scritti tra anarchia e antifascismo (2019), libro edito da Rina edizioni e curato da Lorenzo Pezzica, fa proprio questo nel presentarci una panoramica sull’opera politica e letteraria di Virgilia D’Andrea (1888-1933), maestra elementare, poeta, giornalista ma soprattutto militante anarchica, prima nel natio Abruzzo e ai quattro angoli della penisola, poi nell’esilio berlinese, parigino e newyorchese imposto dall’ascesa al potere del regime fascista.

Prima di lasciare la parola a Virgilia, l’introduzione del curatore, che è archivista e storico dell’anarchismo[1], presenta le vicende della vita, dell’opera e della morte dell’attivista abruzzese, «una torcia nella notte» come la definisce parafrasando un evocativo titolo della stessa D’Andrea. La prefazione di David Bernardini «Cantare, sognare, lottare insieme. Un’istantanea di Virgilia D’Andrea nel panorama anarchico internazionale» consente invece, a noi lettrici e lettori che viviamo ormai a un secolo di distanza dai fatti narrati, di addentrarci nel contesto storico in cui si inseriscono e nell’uso che il movimento libertario faceva della parola che, nelle forme del canto, del teatro e della poesia, oltre che degli interventi di carattere più prettamente politico, era non solo strumento educativo e di propaganda, ma anche motto di coesione della collettività e mezzo per l’individuo per esprimere il suo anelito verso l’utopia.

È proprio con dodici poesie tratte dalla raccolta Tormento, pubblicata nel 1922, che veniamo introdotti all’opera di Virgilia. La prima, che dà il titolo al volume («Non sono vinta!»), è stata composta in carcere a Milano nell’ottobre del 1920 ed è il miglior biglietto da visita che si possa immaginare dello spirito di questa donna e del suo stile di poeta: senza discostarsi dalla tradizione italiana di endecasillabi e rime alternate, la scelta lessicale di cui i versi sono permeati trasuda un’indomita fede negli ideali anarchici che le permette di affrontare le avversità della persecuzione non solo a testa alta, ma addirittura sprezzante verso chi l’ha condannata alla gogna e alla prigione, rivendicando le proprie strofe che cantano di «cenci», dell’«occulta fame», di tutta quella vastissima parte di società che ancora, nel secolo nuovo del prodigioso sviluppo tecnologico e dell’acme della modernità, viveva schiacciata e a cui l’anarchismo dava voce. Gli altri componimenti ripercorrono quegli anni a cavallo tra la fine della prima guerra mondiale e l’ascesa, in Italia, del fascismo; spiccano in particolare «Decimazione», sull’orrenda pratica con cui i vertici dell’esercito mantenevano la disciplina tra le fila della fanteria fin dopo la disfatta di Caporetto, «Spartacus», «Resurrezione» ed «È forse un sogno?» (quest’ultima scritta in memoria di Rosa Luxemburg) sulle rivolte nella Repubblica di Weimar, e infine «La presa e la resa delle fabbriche» e «Rovine» sugli eventi del biennio rosso in Italia, già resoconti della sconfitta dell’ideale rivoluzionario e della vittoria della reazione.

Le successive sezioni, eccezion fatta per la poesia «Primo Maggio», raccolgono invece testi in prosa scritti dall’autrice ormai in esilio, tutti pervasi dalla commistione fra racconto autobiografico e discorso politico. Da Veglia, rivista da lei fondata a Parigi e apparsa in otto numeri fra il 1926 e il 1927, è riportato un testo inaugurale, in cui si spiegano le ragioni che diedero vita alla rivista e il momento concreto in cui, all’interno del gruppo di esuli anarchici nella capitale francese, ne sorse l’idea, «quella sera [in cui] i miei compagni erano dolcemente poeti». La maggior parte dei brani tratti da Torce nella notte, opera pubblicata a ridosso della morte di Virgilia D’Andrea nel maggio del 1933, sono dedicati a figure emblematiche di anarchici italiani: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (le due eponime ‘torce nella notte’ qui ricordate attraverso il racconto delle manifestazioni di protesta svoltesi a Parigi in seguito alla loro esecuzione), Ottorino Manni, Sante Pollastro e gli attentatori di Mussolini Gino Lucetti, Anteo Zamboni e Michele Schirru. Le ultime tre sezioni riportano scritti più marcatamente politici, di cui cinque postumi apparsi negli opuscoli Due conferenze (1947) e Richiamo all’anarchia (1965) e altri tre estratti invece da L’ora di Maramaldo (1925), in cui il fascismo e il suo leader sono paragonati al condottiero cinquecentesco antonomastico dell’uomo vile e prepotente che infierisce sui deboli e sugli inermi. Di particolare interesse, per lettrici e lettori contemporanei, il testo «Lotta antifascista. Tenebre e fiamme nella tragedia italiana», che ripercorre gli anni convulsi che seguirono all’«autunno triste e penoso del ’18»: la fine della prima guerra mondiale e il carico di dolore e rivolta da essa generato che animò le «grandi adunate delle masse ritornate dal fronte» per tutto il 1919 e fino al settembre del 1920, con l’occupazione delle fabbriche, le lotte nelle campagne e il fallimento delle promesse rivoluzionarie di cui erano foriere; il successivo scoppio delle violenze squadriste del biennio nero e la connivenza e l’impunità da parte dell’apparato statale di cui godettero i fascisti; le menzogne della propaganda già in atto per giustificarle e quelle da voltagabbana di Mussolini; l’ultima, disperata resistenza dello sciopero generale dell’agosto 1922 e quella frustrata di quanti si opposero al regime fin dalla prima ora (fra gli altri Piero Gobetti, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola).

Uno dei pregi principali di questo libro risiede esattamente nel viaggio dentro la storia che ci fa compiere, attraverso la voce di una donna che ne è stata lucida testimone e appassionata interprete dal suo peculiare punto di osservazione di libertaria, recuperando informazioni su un periodo storico spesso solo accennato ma cruciale per gli sviluppi successivi (il fascismo non nacque dal nulla e la tenuta delle istituzioni non si sfaldò dalla sera alla mattina) e immergendosi nel palpitare delle sue tensioni che tanto veementi traspirano dalle parole di Virgilia D’Andrea. Un plauso particolare va poi alla casa editrice, Rina edizioni, che grazie al suo progetto di «recuperare e ripubblicare scrittrici ‘dimenticate’, donne dalla voce coraggiosa, che sono state estromesse dal canone letterario e obliate» consente a tutte e tutti noi oggi di conoscere una donna la cui passione politica innervò l’intera produzione poetica e letteraria: Virgilia, in un paese in cui alle donne fu concesso il voto attivo e passivo (dunque il pieno riconoscimento come soggetti politici) solo tredici anni dopo la sua morte, non ebbe paura di esprimere le sue convinzioni a gran voce e di farsi portavoce degli ideali di libertà al fianco e alla pari dei compagni uomini, spesso portando avanti la propria causa in autonomia. Un lascito importante in un paese e in un tempo come il nostro in cui stentano ad affermarsi figure di donne dalla statura politica indipendente, presupposto indispensabile per giungere davvero a quella parità effettiva che tutte noi vogliamo.

© Alice Girotto

[1] Di cui si segnalano in particolare, sulla militanza femminile nel movimento anarchico, le recenti opere Anarchiche. Donne ribelli del Novecento (2013) e Le magnifiche ribelli (1917-1921) (2017).

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