Maria Occhipinti, il pane del cuore

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Analfabeta e autodidatta, Maria Occhipinti è una donna che racconta raccontando-si, alzando la sua voce limpida e ribelle in un mondo femminile da sempre prevaricato dalle regole di un sistema chiuso, tristemente violato e costretto nella morsa indolente dell’assuefazione ai dettami del potere.

Lei, donna del popolo, in Anni di incessante logorio, pensieri poetici, raccolta pubblicata postuma per i tipi di Sicilia Punto L Edizioni nel 2016, a p. 19, scrive:

Io sono una briciola / dell’universo, un atomo / che si staccherà dalla terra, / per vivere negli altri / pianeti.

Una briciola di spigo, un piccolo atomo di pane lievitato con il coraggio e con la determinata e determinante consapevolezza umana di essere solo una tra gli altri e soprattutto per gli altri, pur anche sopra se stessa, per il popolo che è la sua «gente / carica d’affanni / con la sua lenta evoluzione» (ivi, pag. 95), nell’intento di restituire voce ai senza voce, agli umili che come semi di terra umida di sangue e fame trattengono a sé il respiro d’erba nascente e piangente nella conca delle mani, mani da troppo sottomesse nella chiusa di una impotenza silenziosa, la stessa che oscura la volta dal ristoro del cielo così distante da toccare, così vicino al cuore da incantare.

ricordo che quando sentii per la prima volta che la terra gira intorno al sole mi sembrò un paradosso. La maestra mi spiegò come gira e riuscì a convincermi ed ebbi la sensazione di abbracciare il cielo e la terra. Le notti d’estate ci sedevamo fuori, davanti alla porta, ed io andavo a letto per ultima, mi trattenevo a guardare le stelle, le nuvole, sapevo cos’erano le nuvole e avrei voluto studiare sempre geografia, niente storia, niente guerre, stragi e miserie. (Una donna di Ragusa, Sellerio, 1993, p. 59)

La miseria è l’ancella dell’orco nero nel suo bosco familiare rammendato da una madre schiva di carezze che nella durezza anaffettiva del suo porgersi ostacolava, quasi fosse una vergogna da nascondere al chiacchiericcio delle comari, l’impeto libero e peculiare di Maria bambina, prima, e di Maria donna, dopo. Non riusciva, questa madre, succube com’era di una rigidità religiosa ingombrante e del pesante carico di preoccupazioni e di fatiche quotidiane, a capirla questa figlia sognatrice e idealista, fiore ribelle in un giardino di sassi.

Maria non ha conosciuto la tenerezza materna, nutrimento basilare in età evolutiva, non sa del tiepido rifugio tra braccia intese a cullare le prime paure, i primi dubbi e tutte le incertezze proprie delle foglie nell’ora che aprono al romorìo dei rami il suo privatissimo albero in formazione. Nessuna carezza sul farsi pieno della sera ha sorretto i suoi passi avanzati solitari nella grotta di un tempo ostile. «I figghi si vasanu sulu quannu dormunu» (“i figli si baciano solo quando dormono”), è monito all’indirizzo delle madri, comune denominatore di una tradizione educativa connaturata nella genesi di una arretratezza emotiva e di quella secolare e pressante schiavitù che rende l’animo insensibile e contratto pur anche davanti a un lieve e materno gesto di luce. Un modus vivendi che se Maria bambina non sa ancora leggere tra le rughe e le callosità elementari inscritte nel cuore di sua madre, Maria adulta tenterà, poi, di decriptarne il linguaggio riportandosi figlia in quel dialogo interrotto o per meglio dire in quel dialogo mai aperto con la madre. E così, in Anni di incessante logorio (p. 59) alla madre volge la curva delle labbra in una preghiera di conciliazione

Non ci fu dialogo con te / mi guardavi amareggiata / e sospiravi / perché non ero la ragazza / di un tempo, docile. / La guerra con i suoi orrori / aveva scatenato / l’uragano nella mia anima / e fatto straripare / gli idoli e i pregiudizi. / Tu leggevi nei miei pensieri, / vedevi che non tutte le mie forze / spezzavano le catene della schiavitù, / nel silenzio della notte / sentivo le tue preghiere: / «Mio Dio, come Te / morirà crocifissa!» / Volevo farti capire la gioia / che sentivo quando lottavo / contro la tirannia / e tu non mi ascoltavi. / La mia presenza ti infastidiva, / la mia serenità, / quando ero in prigione, / ti impensieriva. / Quanto mi pesò il tuo silenzio! / Ora che la natura ti ha spogliato / della vita e ti ha reso / come un albero da mettere al fuoco, / ora che sei nel mondo degli spettri, / hai capito qualcosa di me? / Forse ora possiamo iniziare / il dialogo come due sorelle, / potremo parlare del cielo, del mare. / Prendiamoci per mano / madre mia, / passeggiamo in perfetta armonia / con la natura / e con tutta l’umanità.

Traversando la parola per dirsi la Occhipinti prende, idealmente, la mano di sua madre e a lei si racconta con capacità espressiva che è parola sua semplice intesa a svelare all’altrui la verità della propria dimensione interiore. E forse chissà se, nel gesto delle dita che s’aprono alla preghiera dell’incontro, Maria ha ripercorso tutti quei perché rimasti relegati nel cassetto buio della madre. Una madre che non ha avuto la forza di scardinare le viti conficcate nei pomelli arrugginiti del preconcetto senza nemmeno provare a capire e a difendere il coraggio di sua figlia: «Chi fu per primo che osò / farti abbassar la fronte? // Chi fu che ti spezzò il cuore, o madre mia, facendoti detestarla / tua creatura?» (ivi, p. 62) domanda alla madre la voce poeta.
Voce di lei, figlia, né resa né mai arresa, figlia che adesso è donna, è madre che ha sperimentato il viscerale amore della «quercia / piena di nidi» (ivi, p. 69) per il suo usignolo. Voce che interroga la sua di madre e lo fa poggiando una delicata parola d’espressione sulla ruvida finitura del suo cuore e le dona la parola consolatrice contraria alla virulenza dell’incomprensione: «Volgi lo sguardo indietro, / abbi pietà per chi ti ferì» (ivi, p. 63). Abbi pietà cantilena alla madre, la pietà che libera dall’inferno dell’oblio ed eleva il soave canto alla natura onnicomprensiva adagiata sull’altura di un cielo che orla «di squisita / bellezza tutto il Creato» (ivi, p, 55).

La Occhipinti, malgrado l’insegnamento subìto, mai ha abbassato la sua di fronte, sempre grondante giustizia e rispetto per ogni più piccolo tra i piccoli refuli di vento. Vorrebbe spiegare alla donna che le ha dato fiato, sua prima donna tra le altre donne da lei sempre difese, tutti quei perché irrisolti tra i fili stretti di un pensare non reattivo, serrato nella maglia di una aberrante operosità casalinga, e lo fa con ostinata forza e com-passione, nel senso etimologico e tondo della parola custode del principio di verità cristiana, verità esule e non coincidente con l’omelia di una religione ipocrita e passatista che relegava la donna ad un ruolo passivo e subordinato a sopportare una discriminazione sessuale abbrutita, spinta nel violare il confine del rispetto e della dignità femminile.

«Il marito è il padrone!» si sente ripetere Teresa, suo alter ego ne Il carrubo e altri racconti edito da Sellerio nel 1993 (p. 43). Teresa si fa portavoce di Maria e denuncia. Denuncia i giudizi e le accuse riservate a chi esce dal gregge degli uomini, denuncia stereotipi e denuncia il ruolo opprimente delle  vicine di quartiere incapaci di sradicarsi dalla regola che le elegge serve dell’uomo:
Ne ho abbastanza di questa preoccupazione per sapere cosa devo fare nella vita. – dice Teresa – È odioso: appena ti alzi ed esci per prendere una boccata d’aria, tanti occhi ti fissano e scrutano nei tuoi pensieri … mi pare un eterno teatro, si deve recitare, mentire per timore della critica … (ivi, p. 55) parlano del manto di carità con cui coprire le vergogne di una che cade in disgrazia. Ma quale carità? Sono i giudici più velenosi che la terra possa avere. E con la massima serenità vanno tutte le mattine a farsi la “santa comunione” (ivi, p. 56).

Facile riconoscere in Teresa le sembianze di Maria. Entrambe desiderano guardare oltre le campagne del ragusano per vedere cosa c’è fuori, entrambe vogliono rompere con l’ambiente asfittico dal quale provengono. Ciò nonostante la Occhipinti ci regala, attraverso gli occhi della sua Teresa uno spaccato di squisita bellezza descrittiva di un mondo agreste quasi idilliaco, di una comunità contadina stretta attorno ad «un prato in abbandono con un grande albero di carrubo» (ivi, p. 15-16), albero simbolo di conciliazione:

i ragazzi vi andavano spesso a fare il convitto al riparo dal sole, passavano le giornate a confezionare vestiti e berretti con le foglie del carrubo che univano pazientemente con gli steli. Cucinavano i legumi secchi in una vecchia boatta: i maschietti si divertivano ad ammassare la legna, le femminucce alimentavano il fuoco in ginocchio soffiandovi sotto, la fiamma si innalzava e il fumo si diffondeva intorno all’albero. Le mamme stavano sedute davanti alla porta della tessitrice … Qualcuna filava, parlavano delle stesse cose, sperando che non piovesse perché così i loro mariti non avrebbero perso la giornata. Tutte avevano la stessa miseria. A mezzogiorno facevano colazione assieme: ognuna aveva nel grembiule un pezzo di pane col pomodoro, col sedano o la cipolla, qualcuna con una sarda salata; c’era chi offriva i fichidindia della sua campagna. Mangiavano con appetito, bevevano a turno alla stessa brocca. Ogni tanto un bimbo scappava dal prato per chiedere il pane alla mamma che lo prendeva dal petto con pudore … La tessitrice cantava la solita canzone per non far piangere il bimbo che teneva nella culla a vento: Zittiti figghiu / ca ora ti pigghiu / ti rugnu a ninnella / ca pane nun ce n’è (“Calmati figlio / che ora ti piglio / ti do la mammella / che pane non c’è n’è”).

In questo brano c’è tutta la dolcezza di un paradiso che narra l’odore buono dei giorni dell’infanzia, infanzia disillusa dal tempo e che al tempo invoca «Pace sul delirio dell’umanità!», esclama in Anni di incessante logorio (p. 46), pace a nome di una coerente adesione cristologica alla vita, lei che è tout court assetata di vita, intrisa di quella grazia e quella semplicità che profonda nell’enunciato evangelico che ha accento nella carità e nell’amore quale ricerca di senso di una nomenclatura esistenziale avariata dal male. Indirizzata alla comprensione del mistero che è il mistero dell’Assoluto, l’incompiuto del noi divino, la Occhipinti cerca la verità in ogni particola di natura:

cerco la verità fra questo verde, / cerco la verità fra queste rocce, / potenza maestosa / di migliaia di secoli trascorsi. / Chiedo agli uccelli dell’aria: / ne sapete qualcosa / dell’eterno segreto? / Millenni son passati / nella speranza che l’uomo / della terra facesse / un paradiso d’amore (ivi, p. 118).

E continua nel «Forse noi siamo / nell’era più tremenda. / Forse già spunta l’alba / d’un giorno nuovo» (ivi, p. 123). Un’alba che riscalda e che non sfuma la forma di quella sua personale chiamata alla fratellanza, che da sempre la abita, e che fa dell’amore il perno focale di tutta la sua strutturazione emotiva, ergo relativa al suo svilupparsi e farsi luogo materno che accoglie, per eccellenza e in eccedenza di primigenio scarto.
Ancora in Anni di incessante logorio, Maria si affaccia sul volto della figlia traducendo in parola la sua esperienza di madre senza mai travasare il semplice nel banale e così conferendo alla cifra espressiva del linguaggio la forza riflessiva che denomina l’incarto di tutta la sua poesia narrativa estesa pur anche nella ricomposizione di un telaio genealogico a vocazione femminile che a sé accoglie la trama di un lungo e complesso ricamo traslato nella didascalica accezione del rapporto figlia-madre-madre-figlia. In Le nozze di mia figlia (p. 67), Maria-madre, vede, veglia, cura il fiore ribelle gemmato dalla sua natura di ribelle:

Ti vedo con i vezzosi riccioli d’oro / testolina che tante volte carezzai. / Odo le risate nella campagna romana / mentre giocavi con le tue compagne. / Rivedo la cartella della scuola elementare / ed il grembiulino con la grande nocca. / Nel silenzio della notte / odo la tua prima parola / «mamma» / che tanta gioia mi dava / nelle fredde mura della prigione. / Ricordo il tuo sgomento / nel parco di Lausanne, / i bimbi giocavano sulla neve / e tu non capivi la loro lingua, / quando ti chiamavano / nascondevi il volto / tra le pieghe della mia gonna. / sento il tuo fiato affannoso / in quella soffitta gelida, / la febbre a volte ti tormentava. / Io, stringendoti al mio seno, / credevo di stroncare / la maledetta febbre. / Aspettavo che si facesse giorno / per andare a guadagnare il pane. / Fosti la mia speranza e la mia forza. / Ricordo la tua pubertà / placida e sana a Parigi, / la tua giovinezza con gli amici cari / e le nostre passeggiate sulla Senna, / la tua faccia sembrava una mela / lavata dalla pioggia. / Ed ora donna, / le mie fatiche, i miei sogni / per il tuo avvenire / sono in questo cruciale passo. / Come una dea vestita di bianco / con un uomo sconosciuto al tuo fianco, / egli cullerà i tuoi sogni? / Coltiverà questo fiore da me tanto amato? / La mia solitaria anima ti veglierà / e implorerà la natura che ti protegga.

Una narrazione a vivo dell’amore di una madre per la figlia. La loro storia che, come ricorda la figlia, Marilena, in nota d’apertura al secondo romanzo autobiografico della Occhipinti Una donna libera (postumo Sellerio, 2004, p. 11), è stata una storia d’amore e di «peregrinazione alla spasmodica ricerca di libertà e di indipendenza. Pochi anni dopo ci siamo ricongiunte, muovendoci dapprima per l’Italia, poi per l’Europa e infine per il Canada e gli Stati Uniti. Io però a 18 anni mi sono fermata, rifiutandomi di seguirla nel suo tumultuoso percorso. Ero stanca di essere spostata da un luogo all’altro, oppure di essere lasciata da amici e parenti, stanca di abitare in soffitta, ospedali e povere case, di vivere di stenti, di cambiare scuola e compagni di giochi, insomma di crescere senza radici. Non perdemmo mai i contatti, ma decisi di restare a Montreal, dove ho fatto le mie esperienze affettive e lavorative, buone e cattive, ma mie. Figlia di una ribelle, mi ero ribellata».

‘Anni di incessante logorio’, questi della Occhipinti, anni come danza che eleva la preghiera al «pane del cuore» (pag. 110) sin dove il crepuscolo si delinea all’orizzonte nel riserbo del suo ultimo pensiero poetico (p. 126):
Va questo corpo mio / stanco / verso il calvario / con i passi incerti / come un bimbo da pochi mesi nato. / E la mia anima vola / gioiosamente / nell’immensità del Creato.

Il Creato a sé l’accoglie nell’agosto del 1996.
Mi fermo, al suo ritratto, silenziosa.
Ritratto di una donna che meraviglia nel risveglio dell’alba la forza propria della donna. Donna nella coraggiosa linea di un profilo che accarezza il senso coerente e compiuto del suo essere stata presenza a fondo nell’affondo dello sguardo e che affido, come si affida un volto alla mano di un pittore, al tratto di una poeta siciliana a me cara, Anna Maida Adragna: «Tu porti / una lunga treccia / di rughe / e di solitudini / più lunga della tua gonna / più lunga del tuo resistere. // L’ha gravata la polvere / e il vento l’ha sfioccata / ma resta sempre lì / sulle tue spalle / questa lunga treccia / di rughe / e di solitudini.» (anna e anna, Salvatore Trumbadore – editore)

 

Ascolta il podcast:

© Daìta Martinez

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