Ancora su Le nuove lettere portoghesi (che dovremmo finalmente leggere)

Due mesi fa moriva Maria Velho da Costa (1938-2020), scrittrice fra le principali rinnovatrici della prosa portoghese del Novecento e figura pubblica di intellettuale che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’90 ha ricoperto anche importanti incarichi ufficiali. Il suo esordio letterario avviene nei primi anni ’60, ma è del 1969 la pubblicazione del primo romanzo consacrato da pubblico e critica, Maina Mendes, nel quale affronta per la prima volta, attraverso la traiettoria della vita del personaggio eponimo, quelle tematiche femminili che saranno al centro della sua opera non solo di finzione. Si è distinta, infatti, anche come saggista, drammaturga e sceneggiatrice per il cinema, innovando profondamente le lettere lusitane attraverso il dialogo con la stessa tradizione letteraria del paese iberico ma soprattutto imponendo il proprio personale stile anticonformista che le è valso, nel 2002, il prestigioso Premio Camões per “l’innovazione nel campo della costruzione del romanzo, attraverso lo sperimentalismo e la ricerca sul potere fondativo della parola”.

Fuori dai confini nazionali, Maria Velho da Costa è conosciuta come una delle “tre Marie”, co-autrici nel 1972 di quelle Novas cartas portuguesas che divennero, prima che caso letterario, un caso giudiziario nel Portogallo allora ancora governato dal regime fascista, nonché la “prima causa femminista internazionale” secondo la statunitense National Organization for Women (NOW). Infatti, il libro scritto a sei mani insieme a Maria Teresa Horta e Maria Isabel Barreno (1939-2016), ispirato alle famosissime Lettere di una monaca portoghese (1669) per ribaltarne lo stereotipo della donna sedotta e abbandonata, eterna sottomessa e vittima, fu ritirato dopo soli tre giorni dalla pubblicazione e distrutto dalla censura del regime, mentre contro le tre autrici venne intentato un processo motivato dal “contenuto irrimediabilmente pornografico e attentatore della morale pubblica” dell’opera. Questa persecuzione provocò un’ondata internazionale di sostegno da parte dei movimenti femministi in tutta Europa e negli Stati Uniti e la difesa pubblica di opera e autrici da parte di intellettuali come Simone de Beauvoir, Marguerite Duras e Doris Lessing, di cui sono testimonianza i moltissimi articoli apparsi sui quotidiani dei quattro angoli del globo raccolti e studiati dal gruppo di ricerca internazionale responsabile del progetto “Novas Cartas Portuguesas 40 anos Depois”. In Italia, ne parlarono i principali quotidiani nazionali e alcune riviste, in particolare Effe, che pubblicò un resoconto del processo e un’intervista alle “tre Marie”.[1] Nel 1977, a distanza di qualche anno da quegli eventi e dopo il proscioglimento delle tre scrittrici per sopraggiunta caduta del regime fascista in seguito alla Rivoluzione dei garofani (1974), uscì per Rizzoli l’edizione italiana Le nuove lettere portoghesi, con prefazione della scrittrice e attivista del movimento femminista italiano dell’epoca Armanda Guiducci,[2] che ne aveva fortemente voluto la pubblicazione.

Perché, allora, parlare di un’autrice acclamata e di un’opera che ha fatto tanto rumore in questo blog il cui dichiarato intento è quello di ripensare alle artiste che non sono riuscite a essere protagoniste del loro tempo? Non sarà forse un po’ stonato e fuori tema, un intervento di questo tipo? A osservare la quantità di interviste, articoli (molti dei quali scientifici), saggi e studi, tesi di laurea e convegni dedicati, negli ultimi venticinque anni, a Novas cartas portuguesas,[3] sembrerebbe di sì. Ma se un articolo apparso sul supplemento culturale di uno dei più importanti quotidiani portoghesi in occasione dell’uscita dell’ultima edizione dell’opera (nel 2010, ma negli ultimi dieci anni la situazione non è cambiata in modo sostanziale) parlava di “un libro più conosciuto che letto” e ne affermava l’“esilio in patria”, riportando il fatto che “il libro non è mai riuscito ad avere una circolazione generalizzata e, nonostante varie riedizioni, non è [quasi] mai stato oggetto di corsi nelle università portoghesi”,[4] allora ecco che riparlarne qui non è poi così peregrino. Non lo è, se pensiamo al ruolo dell’università nella definizione del canone come “tavola dei valori prevalente” (Luperini 1998) del pubblico lettore. Certo, l’università non è sola in questa definizione (pensiamo ai premi o ai vari mezzi di comunicazione e alla loro importanza in relazione al mercato), ma è determinante per quanto riguarda la formazione di coloro i quali e le quali saranno poi chiamati/e, a loro volta, a trasmettere una certa idea di letteratura (e di cultura, e di storia delle idee, e di storia, e quindi del mondo) alle generazioni future. Possiamo analizzare la ricezione di Novas cartas portuguesas nei vari paesi in cui è stato tradotto e pubblicato e difenderne il carattere militante (o meno) nei nostri articoli; possiamo parlarne nei nostri cicli di conferenze sulla scrittura delle donne, cui peraltro di solito partecipa un pubblico già in qualche misura cosciente dei temi della discriminazione, o dell’oblio, di tutto ciò che è riferibile al femminile; possiamo proporne l’approfondimento di questo o quell’aspetto a qualche nostra studentessa che riteniamo particolarmente sensibile e capace. Ma se i nostri corsi di storia della letteratura del Novecento continueranno a citare il Modernismo di Mário de Sá Carneiro, Fernando Pessoa e Almada Negreiros, dimenticando le coeve Florbela Espanca e, in ambito pittorico, Sarah Affonso; se in merito alla contrapposizione al salazarismo in ambito letterario continueremo a citare il neorealismo di un Augusto Abelaira o di un Alves Redol e dimenticheremo la sovversione della poesia erotica di Maria Teresa Horta – e certo, ci ricorderemo di Sophia de Mello Breyner Andresen, ma mai per inserirla nei nostri programmi; se continueremo a parlare dello sperimentalismo di Mário Cesariny e Alexandre O’Neill, ma dimenticheremo quello di Ana Haterly; sceglieremo coscientemente, ancora una volta, di raccontare solo metà della Storia letteraria del Portogallo (ma potremmo estendere questo ragionamento anche all’Italia). E non è riduttivo, di questo paese, perpetuare ad libitum le “nostalgie sempre identiche […] di maschi tesi a ingannare la loro impotenza” e di un impero mai davvero esistito, continuando a ignorare la voce delle sue Maine, delle sue Mariane, delle sue Marie?

[1] http://efferivistafemminista.it/2014/07/le-tre-marie-il-processo/ e http://efferivistafemminista.it/2014/07/le-tre-marie-il-socialismo-che-vogliamo-noi/.

[2] Di cui si ricordano in particolare la selezione come finalista per l’edizione 1974 del Premio Strega con La mela e il serpente: autoanalisi di una donna e i due volumi sulla storia delle donne usciti nel 1989 e 1990 (Perdute nella storia, storia delle donne dal I al VII sec. e Medioevo inquieto, storia delle donne dal VII al XV sec.).

[3] http://novascartasnovas.com/bases.html.

[4] https://www.publico.pt/2010/11/10/culturaipsilon/noticia/um-livro-mais-conhecido-do-que-lido-269270.

© Alice Girotto

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

Blog at WordPress.com.

Up ↑

Create your website with WordPress.com
Get started
%d bloggers like this: