Una donna di Ragusa. Maria Occhipinti si racconta

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Convinta come sono dell’importanza dell’esperienza, necessaria per agganciare un argomento, un tema, un’autrice, autore, e farne oggetto di interesse, vorrei che il nostro discorso prendesse l’avvio dal mio personale incontro con la figura, la vita e l’opera di Maria Occhipinti.
Nel 2017 sono stata coinvolta in un progetto promosso da Naxoslegge e dalla Biblioteca delle donne “Ipazia” del liceo Caminiti di Giardini Naxos. È stato creato il primo Concorso di scrittura epistolare Da questo luogo, da questo tempo, destinato agli studenti delle scuole superiori di Sicilia con l’intenzione, di anno in anno, di dedicarlo a una donna della nostra isola. Il concorso prevedeva che le ragazze e i ragazzi scrivessero una lettera indirizzata a Maria Occhipinti, che si annullassero così le distanze di spazio e di tempo riportando alla luce una storia di donna sconosciuta ai più. Per fare questo i ragazzi e le ragazze dovevano prima documentarsi, leggere, ed entrare in contatto con questa figura poiché, si sa, se desideri scrivere una lettera devi conoscere più intimamente il destinatario.
Arrivarono moltissime lettere da ogni parte della Sicilia, la commissione ne selezionò dieci a cui risposero dieci scrittrici siciliane tra cui io. Ma l’aspetto più straordinario fu il fatto che dovevamo rispondere “a nome” di Maria Occhipinti, come se fossimo lei. Potete immaginare cosa possa significare e quale responsabilità si assume quando fai una cosa del genere. Ecco perché ho letto quasi tutto di questa autrice, andando a caccia di libri e pubblicazioni non più reperibili. Delle lettere e delle relative risposte ne è stato fatto, poi, il libro Lettere a Maria Occhipinti, (a cura di Fulvia Toscano e con un toccante contributo di Marilena Licitra Occhipinti, figlia di Maria Occhipinti), pubblicato da Edizioni Arianna nel 2018.
Che cosa mi aveva colpito in maniera così forte? Che cosa mi aveva impressionata al punto da voler dedicare non solo tanto lavoro ma anche una forma di immedesimazione transitoria?
Per rispondere vi invito a fare un esercizio di immaginazione.

È la mattina del 4 gennaio del 1945, siamo a Ragusa, in Sicilia, tra le strade corso Vittorio Veneto e la via 4 Novembre. Una giovane donna, Maria, incinta di cinque mesi, si stende a terra, per strada, davanti a un camion militare carico di giovani per consentire loro di fuggire. Considerate che a quel tempo significava mettersi nel fango, d’inverno, col freddo. Immaginate questa scena: una donna incinta, distesa per terra, in mezzo alla strada, che col suo corpo, con un bimbo in pancia, si fa barriera per impedire che i giovani, che erano stati rastrellati da un quartiere popolare di Ragusa per portarli al fronte, partano per la guerra.

Ma chi era questa giovane donna di 24 anni capace di un gesto così fuori dagli schemi, così ardito? Chi era Maria Occhipinti?
Ce lo racconta lei stessa nel suo libro forse più conosciuto, la sua autobiografia “Una donna di Ragusa” pubblicata nel 1957 dall’editore Luciano Landi di Firenze, con una nota di Carlo Levi. Ci furono poi successive edizioni (Feltrinelli nel 1976, con un lungo saggio in prefazione di Enzo Forcella, e nel dicembre dello stesso anno vinse il “Premio Brancati-Zafferana”;  Sellerio nel 1993), traduzioni in Svezia nel 1979, in Francia nel 1980.
In questo libro Maria Occhipinti racconta di sé sin dagli anni della sua infanzia e con la forza di chi ha lottato e sofferto ci guida attraverso gli anni difficilissimi dal fascismo al dopoguerra. Era nata a Ragusa il 29 luglio 1921 in un ambiente poverissimo e degradato in cui l’analfabetismo era la regola e la morale subiva il peso schiacciante di un cattolicesimo superstizioso e retrogrado:

«Io debbo molto a mio padre. Il primo grande ricordo della mia vita mi riporta all’età di otto anni. Ero la maggiore di tre sorelle e volevo un gran bene a papà. Ogni volta che tornava dalla campagna mi pareva un dio consolatore, sempre con le tasche piene di lumache e talvolta con un uccellino vivo in petto, sotto la camicia. Il suo mestiere di muratore a secco lo teneva per lo più in campagna. Prendeva in appalto lavori di strade e case rustiche, pozzi, muretti. Veniva in paese ogni sabato per ripartire il lunedì». (p. 25)

Il padre, figlio a sua volta di muratore a secco, che non era andato a scuola e aveva cominciato a portare pietre sulle spalle da quando aveva sette anni, parte per l’Africa Orientale nel 1936 per cercare un po’ di fortuna. «Aveva quattro femmine a carico e voleva che non ci mancasse niente… Papà partì una domenica di luglio. La casa era piena di gente come quando è morto qualcuno. La porta si chiuse come per lutto, ed io svenni. Per due ore lo chiamai, quasi in delirio». (p. 26)
Quello stesso padre che «Mi predisse, ad esempio, che sarei stata infelice con mio marito… Un’altra volta presentì che io dovevo tribolare per dieci anni…». (p. 26)
La madre di Maria elogiava la bellezza della sorella Giovanna e non aveva per Maria gesti di affetto né ha saputo amarla. Erano così poveri che l’unica cosa da fare era lavorare come bestie da soma. Il carico di fame e preoccupazioni era così pesante che non conoscevano carezze né tenerezza. Maria, allora, non lo capiva ma già si ribellava alla crudeltà del loro destino, a fronte di una vita monotona e soffocante, in cuor suo coltivava il desiderio dell’arte, della poesia, della musica, il necessario conforto della bellezza. «…i miei sogni erano diversi da quelli delle mie amiche. Le mie amiche volevano sposarsi per potersi comprare tanti vestiti… Io invece volevo amare come una regina, vestirmi come una dea, girare il mondo…».  (p. 27)

Il nervosismo e l’inquietudine dovettero allarmare i genitori e qualcuno consigliò di trattarla come si fa «con i cavalli falsi: poco mangiare e molto lavoro. Così mi sarebbero svaniti i fumi dell’età. E mia madre mi considerò appunto come una giumenta da domare… Finii per ammalarmi di nervi e di cuore». (p. 39)

Per provare a sfuggire alla sua condizione di donna sfruttata Maria non trova altra strada che quella di sposarsi. Si sente lusingata dalle attenzioni di un ragazzo che rispetto a lei era bello, forte, e anche sua madre si inorgoglisce. Il padre spende tutti i soldi che aveva raccolto in Africa per sostenere le spese del matrimonio, gli sposi non possono permettersi una casa per loro e vanno a vivere a casa dei genitori di Maria che ha soltanto 17 anni. Il matrimonio si rivela subito una delusione. «Avevo sognato un uomo che sapesse colmare il vuoto della mia infanzia. Trovai un bel pezzo di giovane, esuberante, innamorato della buona tavola, che non poteva fare a meno della scappatella extra-coniugale e, dopo, dormiva placidamente come un bambino soddisfatto. Avevo sognato un uomo saggio che sapesse rispondere a qualsiasi mia domanda, pensavo di scoprirlo come un’immensa foresta vergine, giorno per giorno, e trovai invece tenebre, tenebre fitte, un bel manichino analfabeta, incapace di fare un discorso». (p. 41)

E il dolore diventa atroce quando «Mi nacque una bimba anemica per la troppa fame patita in quegli anni di guerra che morì sette ore dopo…». (p. 42)

Il marito parte per la guerra e lei come altre donne non sa come fare a vivere, le spetta un sussidio e va avanti e indietro dal Municipio e dalle poste non ottenendo ciò che le è dovuto. Comincia a capire che la corruzione rende ingiusto tutto il sistema sociale, una vecchia le dice «“Figlia mia, senz’olio le ruote non camminano”» (p. 44), e un giorno, facendo la fila alla posta, in mezzo a tante donne disperate con i mariti, i figli in guerra, una di loro dice una frase «“pazienza ci vuole, si sa, sono sempre le pezze che vanno per aria. E le pezze siamo noi, sono i nostri figli, soprattutto… le pezze che vanno per aria … vi immaginate voi quando spara il cannone al fronte? Con la sua bocca d’inferno si carica i soldati, se li porta per aria e li brucia come pezze vecchie…”». (p. 45)
Maria rimane molto colpita, ha 19 anni, inizia a farsi tante domande sulla guerra, sul potere, su chi sono i responsabili, sulle differenze sociali e i privilegi. In quel periodo, infatti, in cui si preparava lo sbarco degli americani in Sicilia, i fascisti godevano ancora di favori.

Maria vuole sapere e quando si ritrova a casa di un avvocato perché la superiora di un convento l’aveva incaricata di portargli delle uova, rimane esterrefatta davanti ai tantissimi libri. L’avvocato se ne accorge e le propone di leggere I Miserabili di Victor Hugo. Glielo presta, lei lo nasconde con lo scialle, comincia a leggere avidamente, anche di notte, di nascosto, anche se il prete le dice che è un libro proibito e deve assolutamente abbandonarne la lettura. Arde in lei il desiderio di trovare risposte alle sue domande e alle ingiustizie che affliggevano la popolazione. Maria, che aveva solo la terza elementare (non era più andata a scuola perché si vergognava di attraversare il paese «vestita alla buona, da contadina, con le calze slavate, le scarpe rattoppate e in testa uno sciarpone di colore rosso scuro come una bandiera» p. 55), si rimette a studiare con la guida di due suore, torna sui banchi di quarta con le orfanelle dell’Istituto del S. Cuore.

Intanto, nel luglio del 1943 gli americani sbarcano in Sicilia e un giorno a Ragusa lanciarono migliaia di manifestini per invitare la popolazione ad arrendersi così che potesse finire la guerra. Cominciarono mesi molto difficili e confusi perché da una parte si voleva la pace, dall’altra le forze alleate si contrapponevano ai fascisti. I poveri rimanevano poveri e nessuno li aiutava. Non c’erano soldi per comprare da mangiare, il pane di contrabbando costava cento lire e la paga di una giornata in miniera era di settanta lire.

Maria va dal governatore per chiedere di scovare il grano tenuto nascosto ma nonostante le promesse il giorno dopo si ritrovò all’ufficio d’epurazione, le diedero uno schiaffo e la cacciarono. Con l’armistizio si pensò che finalmente la guerra fosse finita, che i soldati sarebbero tornati alle loro famiglie e si fece una grande festa per onorare S. Giovanni che aveva ascoltato le preghiere. Mentre Maria si pone tante domande sulla fede e su Dio.

Come nell’ultima notte prima della caduta di Troia si festeggiava, ignari di ciò che si sarebbe scatenato.
Ecco, siamo arrivati al punto da cui siamo partiti e partite. Nel dicembre del 1944 arrivano delle cartoline rosa che chiedevano ai ragazzi e agli uomini, fra questi il marito di Maria che intanto era rientrato, di presentarsi entro dieci giorni al Distretto Militare per tornare a combattere.
Quando l’Italia del sud è ormai fuori dalla guerra, dopo lo sbarco alleato, il governo Badoglio impone ancora il reclutamento di soldati per la guerra in corso, per un esercito già alla disfatta. Il primo scaglione fu raggruppato a Reggio Calabria, nel gennaio 1945. Degli 8.000 uomini previsti, ne arrivarono 2.600, che furono adibiti a servizi.

«No, questa cartolina rosa bisogna strapparla. Adesso non è come l’altra volta. Allora ero una cieca ma adesso ho chiaro il quadro della guerra, la guerra dei sei mesi sarà quella dei sei anni, sul continente si ammazzano fra loro partigiani e repubblichini, fratelli contro fratelli, e mentre gli stranieri portano il terrore in casa nostra il Re scappa… ». (p. 80)

Altre donne, altre persone si ribellano e cercano Maria perché sanno che lei è una che non si ferma:

«“Perché devono partire questi giovani, se la Sicilia è occupata?”» è la domanda disperata di una donna. (p. 81)

Torniamo quindi alla scena iniziale che vi ho chiesto di immaginare, è il 4 gennaio 1945 e Maria è per terra a fare da scudo con il proprio corpo.

Il camion era carico di giovani presi in una retata in un quartiere popolare di Ragusa chiamato Russia. Maria si oppone alla chiamata alle armi degli uomini, questa volta da parte degli alleati anglo-americani, vorrebbe favorire la fuga e la diserzione degli uomini sul camion. Moltissime donne scendono in piazza, anche le più cattoliche lasciano il rosario e lottano insieme a lei e ad altri. Vogliono la pace, la cessazione della guerra. Inizia la protesta popolare di quello che sarà chiamato il Movimento antimilitarista del “Non si parte”.  (p. 82)

La lotta è dura per giorni, arrivano i soldati, ci furono morti e feriti. In tutta la provincia di Ragusa: 18 morti e 24 feriti tra carabinieri e soldati; 19 morti e 63 feriti tra gli insorti. Cominciano i rastrellamenti casa per casa, più di un centinaio di insorti, soprattutto comunisti, sono arrestati, compresa Maria che viene criticata anche da alcuni compagni del partito politico a cui apparteneva (accusata di essere fascista, separatista). Maria viene portata in camera di sicurezza e poi finisce al confino a Ustica dove conosce, ancora una volta, fame, povertà, mancanza di tutto e dove partorisce la figlia Maria Lenina.

Una pagina molto commovente racconta di quando anche questa bambina stava morendo per il freddo e un compagno di prigionia trova il modo di riscaldare la neonata e salvarla. «Allora un compagno, Erasmo Santangelo, di sua iniziativa prese la bimba, la sfasciò, mise il fuoco nel ferro e cominciò a stirare pezze di lana con cui avvolgeva i piedi della bambina. Poi procurò non so dove due bottiglioni col tappo automatico, li riempì d’acqua calda e glieli pose ai fianchi». (p. 102)

Da lì, Maria fu portata in carcere alle Benedettine di Palermo dove rimase dal maggio 1945 fino a dicembre 1946. Nel libro Una donna di Ragusa vengono descritte minuziosamente le condizioni di vita disumane in cui erano tenute le prigioniere, eppure il suo spirito combattivo e altruistico la porta a stringere amicizia con ladre, assassine, prostitute, donne da difendere anche in carcere per ottenere un po’ di brodaglia in più, del latte per i bambini, qualche pezza per ripararsi dal gelo o pulire i neonati dalla cacca.

Eppure «In cella sognavo il cielo, vedevo il paradiso, quello che gli uomini mi avevano negato… la realtà era quella, la gabbia, ma il mio spirito non si arrendeva e riusciva a evadere». (p. 119)

All’uscita dal carcere non trovò suo marito che si era sistemato con un’altra donna perché prevedeva una condanna più lunga per Maria che, invece, era rientrata nell’amnistia dopo il referendum del 2 giugno 1945 (aveva dovuto comunque aspettare dicembre per ritrovare in libertà). Tornata a casa dai suoi genitori, la figlia non la riconosce e lei non riesce a dormire sul materasso fra le lenzuola pulite. «Rividi come in uno specchio il mio passato, mi sentii come una povera cosa, il pianto mi serrava la gola». (p. 149)  

La famiglia e i cittadini l’accolgono con ostilità e freddezza, considerandola quasi una donna indegna perché coinvolta nella rivolta, animata dalla voglia di studiare, lontana dalla donna media siciliana, che si ribella alla guerra, alle ingiustizie, ai soprusi, che parla, grida, agisce.

«Ora capivo», scrive Maria in chiusura del libro, «che sensibile e inquieta com’ero non dovevo nascere in tale ambiente, in un tale paese. Nata altrove, avrei avuto tutt’altro destino». (p. 154)

Ma scrive anche «… ma sentii sempre, confusamente, che sarei sopravvissuta e che un giorno “avrei parlato”. Mai mi abbandonò la fede che un giorno la mia esperienza, la mia testimonianza avrebbero forse giovato, sarebbero servite a salvare altre vittime». (p. 153)

Maria Occhipinti lasciò Ragusa e continuò a raccontare in altri scritti della sua vita raminga e degli anni che seguirono. Noi siamo qui ad ascoltarla. Ascoltare la sua volontà indomita.

Tutte le citazioni da Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Sicilia Punto L; Ragusa 2016 (edizione di riferimento).

Ascolta il podcast:

Puoi trovare questo libro nelle biblioteche italiane qui.

© Clelia Lombardo

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